Il sondaggio fotografa il mercato anilox attraverso un campione di aziende dove stampa flexo, pulizia anilox e rigenerazione anilox sono già leve strategiche.

Nell’ultimo sondaggio proposto da Converting Magazine in partnership con Simec Group, il campione restituito dal sondaggio ha un profilo molto netto: a rispondere sono soprattutto aziende che vivono la stampa e il converting sul piano produttivo, non teorico. Il 53% dei partecipanti è composto da stampatori packaging, mentre il 13% appartiene al mondo dei converter attivi in accoppiamento, coating e taglio. Seguono cartotecniche con il 12%, il settore etichette e narrow web con il 9% e altri operatori della filiera grafica con un ulteriore 9%. In altre parole, il pubblico intervistato coincide con il cuore operativo del mercato, quello che usa gli anilox ogni giorno e ne misura l’impatto su qualità, continuità di stampa e costi di esercizio.

Nord Italia e PMI strutturate guidano il campione

Anche la distribuzione geografica conferma una fotografia coerente con la geografia industriale del packaging: il 38% delle aziende ha lo stabilimento principale nel Nord-Est e il 30% nel Nord-Ovest, mentre Centro e Sud si attestano rispettivamente al 12% e al 14%. Sul piano dimensionale emerge un campione composito ma tutt’altro che marginale: almeno il 20% delle imprese dichiara meno di 5 milioni di euro di fatturato, un altro 20% si colloca tra 10 e 25 milioni, il 15% tra 25 e 50 milioni e il 14% oltre i 100 milioni. Anche il numero di dipendenti racconta una base industriale ben strutturata: il 30% ha tra 11 e 50 addetti, il 21% tra 101 e 250, il 18% tra 51 e 100 e il 16% supera i 250. È dunque un campione fatto in larga parte di PMI evolute e imprese industriali capaci di gestire un parco anilox con criteri tecnici e organizzativi già abbastanza consolidati.

La flexo resta centrale nella gestione degli anilox

Il sondaggio mostra con chiarezza che il tema anilox è strettamente legato alla diffusione della stampa flexo. Solo il 28% dei rispondenti dichiara di non utilizzare questa tecnologia; per tutti gli altri la flexo pesa in misura diversa, ma spesso rilevante: nel 26% dei casi vale addirittura tra il 76% e il 100% delle tecnologie di stampa presenti in azienda, mentre nel 20% incide tra il 51% e il 75%. Tra gli 80 rispondenti che hanno compilato la sezione tecnica, il gruppo più numeroso è quello con 3-5 macchine flexo operative, pari al 31,25%, seguito da chi ne ha 1-2, pari al 23,75%. Anche il parco anilox appare significativo: il 27,5% dichiara meno di 10 cilindri in uso, ma oltre il 40% si colloca già tra 10 e 50 unità, e quasi un quarto supera i 50 anilox. Il dato è interessante perché conferma che, nelle realtà dove la flexo conta davvero, l’anilox è gestito come una risorsa critica e non come un semplice componente di ricambio.

Pulizia anilox e rigenerazione anilox: prevale il pragmatismo

È però sulle pratiche di utilizzo che il sondaggio diventa più rivelatore. La rigenerazione anilox non è affatto residuale: il 47,5% dei rispondenti la considera la modalità prevalente di gestione, mentre un ulteriore 33,75% afferma di adottarla almeno in alcuni casi, in combinazione con l’acquisto di anilox nuovi. Solo l’8,75% dichiara di sostituire direttamente con cilindri nuovi. Anche sul fronte della pulizia anilox emerge un approccio molto operativo e poco ideologico: i lavaggi chimici sono la tecnologia più utilizzata, con il 51,25%, seguiti dal servizio esterno al 27,5%, dalla pulizia manuale al 25% e dal laser al 21,25%. Ultrasuoni e sistemi termici restano più marginali. La lettura tecnica di questi numeri è chiara: il mercato italiano conosce bene il valore del recupero, ma applica ancora modelli di manutenzione molto differenti, spesso costruiti sulle risorse interne disponibili, sul tipo di lavoro e sulla frequenza dei problemi di intasamento.

Un mercato maturo, ma ancora non del tutto standardizzato

Nel complesso, il campione racconta un mercato anilox in Italia già consapevole, economicamente attento e abbastanza maturo da considerare la rigenerazione come parte del ciclo di vita del prodotto. Allo stesso tempo, la varietà dei metodi di pulizia e delle logiche di gestione suggerisce che la standardizzazione non è ancora pienamente diffusa. Più che un sistema uniforme, emerge una pluralità di pratiche: alcune aziende hanno già una visione strutturata, altre restano ancorate a modelli più adattivi. È forse questo il messaggio più interessante che arriva dal sondaggio: l’anilox è ormai riconosciuto come un asset strategico della stampa flexo, ma la vera frontiera competitiva si giocherà sempre più sulla capacità di governarlo con metodo, programmando pulizia, controllo delle prestazioni e rigenerazione in una logica industriale completa.

Intervista a Simec Group

Come sta cambiando oggi il mercato anilox in Italia e quali richieste vi arrivano dai clienti?

Vediamo due direzioni chiare. Da un lato cresce la standardizzazione: meno varianti inutili e parchi anilox più uniformi, che rendono la produzione più flessibile. Dall’altro, con l’aumento degli inchiostri a base acqua, servono celle più pulite ed efficienti nello scarico.

Quanto contano pulizia e manutenzione degli anilox per garantire qualità di stampa e continuità produttiva?

Spesso si interviene quando l’anilox ha già perso capacità di densità. Oltre alla pulizia profonda, è fondamentale una routine ordinaria: riduce i cicli intensivi e mantiene costante il rendimento, con benefici diretti su qualità di stampa e stabilità.

Come supporta Simec i clienti nella scelta e nella gestione degli anilox lungo il loro ciclo di vita?

Stiamo introducendo un sistema di diagnostica da remoto che permette agli stampatori di controllare in autonomia il proprio parco anilox. Su questi dati forniamo report su usura, pulizia e vita utile residua, per intervenire in modo mirato.