L’analisi condotta da I-AER – Institute of Applied Economic Research su 457 PMI italiane evidenzia che, in caso di continua escalation, i costi energetici potrebbero aumentare tra il +30% e il +40% nell’arco dell’anno.
Le tensioni internazionali riaccendono la pressione sui mercati energetici e il rischio per le imprese italiane è concreto. Il segnale più immediato arriva dal petrolio. Dopo l’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran, il Brent – principale prezzo di riferimento del petrolio per l’Europa – è risalito sopra gli 91 dollari al barile. A spingere le quotazioni è soprattutto il timore di criticità nei traffici attraverso lo Stretto di Hormuz, corridoio strategico da cui transita circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto globali. Se l’incertezza dovesse perdurare, le stime indicano un possibile rialzo oltre i 100 dollari, con effetti a catena per le PMI. E i segnali di tensione non si fermano ai carburanti. Nella prima settimana di marzo anche il PUN (Prezzo Unico Nazionale) – l’indicatore di riferimento del prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica in Italia – ha mostrato un forte rialzo, con una variazione complessiva di circa +29% rispetto a sette giorni prima. Sul fronte gas, il PSV (Punto di Scambio Virtuale) – principale riferimento per il prezzo del gas naturale sul mercato italiano – ha registrato a marzo 2026 un incremento di circa +49% rispetto al mese precedente. Si tratta di variazioni molto rilevanti che colpiscono direttamente i bilanci aziendali. Nelle PMI italiane i trasporti pesano mediamente per il 6% dei costi e l’energia per circa il 4%: in totale quindi fino al 10% della struttura dei costi è sensibile alle oscillazioni dei mercati energetici.

Fabio Papa, professore di economia e fondatore di I-AER
In una PMI con 10 milioni di euro di fatturato e circa 9,5 milioni di costi complessivi, energia e trasporti valgono mediamente circa 800 mila euro l’anno. Con rincari nella fascia alta delle stime questa voce potrebbe aumentare tra i 200 mila e i 300 mila euro nel giro di pochi mesi, generando un incremento complessivo dei costi aziendali tra +2,4 e +3,4 punti percentuali sul totale dei costi.
“Aumenti di questa entità – commenta Fabio Papa, professore di economia e fondatore di I-AER – comprimono rapidamente i margini e rendono più onerosi e instabili logistica e approvvigionamenti, con effetti persistenti su redditività e posizionamento. Nei settori dove l’energia è una leva di competitività, se i costi corrono più della possibilità di adeguare i prezzi la volatilità rischia di lasciare effetti persistenti su redditività e posizionamento.”
Costi per le PMI: variazioni per comparto
L’impatto varia infatti per comparto. Nel settore della logistica l’impatto dei rincari si traduce immediatamente nei conti delle imprese. Un’azienda di trasporto con circa 5 milioni di euro di fatturato e una flotta di 15 mezzi potrebbe trovarsi ad affrontare un aumento dei costi del carburante superiore ai 100 mila euro annui se il diesel dovesse crescere del 20-25%. Un incremento di questa entità riduce drasticamente la redditività delle tratte e spinge diverse aziende a rivedere le rotte meno convenienti o a rinegoziare le condizioni con i clienti.
Nella manifattura la pressione è particolarmente evidente: un’azienda del settore legno con 10 milioni di ricavi e circa 400 mila euro di costi energetici annui potrebbe vedere la bolletta crescere di oltre 150 mila euro, con effetti diretti sulla marginalità e sui piani di produzione e investimento. Nel metalmeccanico, un’impresa con circa 12 milioni di fatturato e consumi energetici vicini ai 600 mila euro annui potrebbe sostenere aumenti tra 120 e 150 mila euro, comprimendo ulteriormente margini già ridotti. Anche nella ristorazione l’impatto è significativo: un ristorante con 1,5 milioni di fatturato e costi energetici tra 50 e 70 mila euro annui potrebbe registrare rincari aggiuntivi di 20-30 mila euro, con una conseguente forte pressione sui margini. Il contesto italiano amplifica la vulnerabilità. Nonostante la quota delle rinnovabili abbia raggiunto il 51,8% nel 2024, l’Italia rimane dipendente dal gas per il 42% della produzione energetica. Poiché una parte significativa dell’elettricità è generata da gas naturale, ogni tensione internazionale tende a trasferirsi rapidamente sui costi energetici delle imprese.
“È un paradosso solo apparente – continua Papa – le rinnovabili crescono, ma la dipendenza dal gas mantiene elevata l’esposizione alla volatilità.”

La risposta delle imprese
Gli imprenditori stanno già correndo ai ripari per difendere i bilanci aziendali in uno scenario che molti definiscono sempre più critico. Il 70% delle imprese del campione prevede di aumentare i propri listini tra il +3% e il +5% nelle prossime settimane nel tentativo di assorbire almeno in parte l’esplosione dei costi. Tuttavia, per molte aziende questo intervento viene considerato solo una misura temporanea e probabilmente insufficiente a compensare l’impatto dei rincari.
Dalle interviste emerge un clima di forte preoccupazione. Il 58% delle imprese ha già deciso di bloccare temporaneamente gli investimenti previsti per il 2026 per preservare la liquidità aziendale, mentre il 46% prevede di congelare nuove assunzioni almeno fino alla metà dell’anno. Nel settore manifatturiero la tensione è ancora più evidente: il 67% delle aziende sta valutando di ridurre i turni produttivi o rallentare i volumi per evitare di lavorare con margini troppo compressi, una scelta che potrebbe avere effetti diretti sia sull’occupazione sia sulla capacità produttiva. Non si tratta soltanto di una percezione di rischio, ma di una situazione che gli imprenditori descrivono come sempre più concreta: rispetto al 2025, gli ordini attualmente “in pancia” per i prossimi mesi risultano inferiori tra il -10% e il -15%. Un segnale che indica un rallentamento già in atto della domanda industriale.
I costi per le PMI nei trasporti
La pressione è particolarmente forte anche sul fronte dei trasporti. Il 57% delle imprese ha già avviato rinegoziazioni con i vettori per contenere l’aumento dei costi di trasporto, mentre l’80% sta intervenendo direttamente sui contratti commerciali aumentando il costo del trasporto applicato ai clienti o introducendo adeguamenti legati al carburante. Un meccanismo che rischia di trasferire rapidamente l’aumento dei costi lungo tutta la filiera produttiva e distributiva, con possibili effetti a catena sui prezzi finali e quindi anche sull’inflazione nei prossimi mesi.
Tutta questa situazione rischia di generare due effetti critici per il sistema e i costi per le PMI. Il primo è un possibile rallentamento dell’economia reale: il blocco degli investimenti, il congelamento delle assunzioni e la riduzione dei volumi produttivi sono segnali di un sistema imprenditoriale che sta entrando in modalità difensiva. Se queste scelte dovessero protrarsi nei prossimi mesi, il rischio è quello di frenare la crescita delle imprese e ridurre la capacità del tessuto produttivo di sostenere lo sviluppo economico.
Il secondo riguarda la pressione sui prezzi lungo tutta la filiera. Se un numero crescente di aziende inizierà a trasferire sistematicamente l’aumento dei costi su clienti e distributori, il risultato potrebbe essere una nuova spinta inflattiva che finirebbe per riflettersi direttamente sui prezzi finali e sul potere d’acquisto dei consumatori.
“Dai dati emerge una reazione difensiva diffusa – conclude Fabio Papa – con aumenti dei listini, blocco di investimenti e assunzioni e riduzione dei volumi. Il rischio è un rapido rallentamento dell’economia reale, nel cuore del sistema delle PMI.”


