Come vengono gestite davvero le risorse umane nel converting. Intervista a Neni Rossini, presidente SIT Group.
Questione di persone: è il motto di SIT e chi conosce l’azienda sa che non è uno slogan. In questa intervista, la prima di una serie ideata per comprendere come la gestione delle risorse umane venga realmente interpretata nel mondo della stampa e del converting, Neni Rossini spiega con chiarezza perché.
Partirei dalle basi: cosa fanno le HR nella vostra azienda?
Il ruolo delle Risorse Umane è fondamentale, complesso e appassionante, e accompagna l’azienda in tutte le sue dinamiche. C’è un elemento che ha sempre orientato il nostro modo di lavorare: l’attenzione alle persone. È una convinzione che ci accompagna fin dall’inizio, tanto che sotto il nostro logo compare proprio “questione di persone”, un’espressione che riflette il percorso fatto, in cui la crescita del Gruppo è passata anche e soprattutto dalla passione e dal coinvolgimento di tutti coloro che ne sono parte. Al di là di tecnologie, processi e modelli organizzativi, che possono essere simili tra aziende concorrenti, sono le persone a fare la vera differenza.
Come si traduce questo approccio nelle attività quotidiane?
Si tratta di comprendere quali siano le esigenze dell’azienda, che cambiano continuamente. Non è solo questione di ruoli, ma anche di momento storico, di ciclo di vita e fase di sviluppo dell’azienda. Ci sono stati periodi, ad esempio, in cui abbiamo costruito intere funzioni da zero, che richiedevano profili di ruolo e competenze anche molto diversi rispetto a quelli cercati oggi, in un’organizzazione già strutturata.
Negli anni si è progressivamente sviluppato un sistema di obiettivi, individuali e aziendali, a cui si collegano strumenti di valutazione e meccanismi di incentivazione. Un’evoluzione rilevante che rende più chiaro e concreto il legame tra il contributo di ciascuno e i risultati complessivi dell’azienda. Se un tempo questi aspetti erano meno strutturati, oggi rappresentano uno strumento importante per orientare gli sforzi di tutti in modo coerente e rafforzare la partecipazione agli obiettivi comuni.

Mi diceva che questo lavoro è continuo, non limitato ai momenti formali.
Esatto, è un lavoro quotidiano. Ci sono momenti strutturati, come gli incontri di valutazione annuali e i colloqui one-to-one, ma gran parte del lavoro si costruisce ogni giorno.
È un processo che richiede continui aggiustamenti perché cambia con l’esperienza e con l’evoluzione dell’azienda e del gruppo di lavoro. L’obiettivo è consolidare una coerenza reale tra azienda e persone, in cui ciascuno possa esprimere il proprio contributo, attraverso il proprio modo di lavorare e di relazionarsi, generando un valore che si amplifica nella dimensione collettiva.
Com’era la gestione del personale all’inizio dell’azienda?
All’inizio eravamo pochissimi: mia mamma e cinque persone; un nucleo molto piccolo, quasi familiare. Allora non servivano certo strumenti di gestione o momenti formali di feedback, perché tutto era immediato e sotto gli occhi di tutti.
Con la crescita, anche in termini dimensionali e geografici, quella immediatezza non sarebbe più possibile. Oggi siamo quasi mille persone, distribuite su più sedi, e quel modello non sarebbe più adeguato a sostenere i valori e il percorso che vogliamo portare avanti insieme.
Come avete affrontato questa crescita senza perdere lo spirito iniziale?
È stata la nostra sfida più grande e ci lavoriamo ancora e sempre. Come dicevamo, la quotidianità e l’immediatezza che caratterizzavano i rapporti dell’inizio non sono più replicabili tali e quali. Quello che cerchiamo di mantenere, però, è proprio lo spirito che rendeva quei rapporti così diretti: un modo di relazionarsi fatto di attenzione, presenza e coinvolgimento.
L’idea è che ciascuno, nel proprio ruolo, possa incarnare questo approccio, contribuendo a costruire relazioni di qualità a tutti i livelli dell’organizzazione, anche con il supporto dei responsabili e di figure con una particolare sensibilità relazionale. In un certo senso, è come se questo modo di essere – che era innato in mia mamma – si diffondesse oggi nell’organizzazione. In SIT esiste naturalmente una struttura di responsabilità, ma il risultato è sempre il frutto del contributo di ciascuno e del lavoro di squadra.

Dottoressa Rossini, lei ha un legame personale molto forte con l’azienda. Questo influisce sul modo di gestire le persone?
Sicuramente sì, io sono cresciuta in azienda. Venivo qui dopo scuola, e le persone che lavoravano alle macchine mi facevano da babysitter. Per questo ho sempre avuto un rapporto diretto con tutti.
Ancora oggi di molti conosco non solo nome e volto, ma anche le famiglie e le storie personali. Questo livello di conoscenza è ovviamente più difficile da mantenere con chi lavora in altre sedi o all’estero, ma l’obiettivo resta lo stesso: far sentire a tutti il valore che hanno.
Il rischio, con la crescita e la specializzazione, è che ciascuno veda solo una parte e perda la visione d’insieme. Per questo lavoriamo tanto affinché sia chiaro che i risultati sono sempre il frutto del contributo di tutti.
Qual è il ruolo della proprietà rispetto alle risorse umane?
Nel nostro caso, abbiamo fatto la scelta precisa di non essere operative nella gestione quotidiana. L’azienda ha radici e cultura familiare ma una gestione assolutamente manageriale, quindi né io né mia mamma ricopriamo ruoli operativi: il nostro compito è garantire coerenza sui valori ed essere presenti sulle questioni che riguardano le persone, soprattutto quelle più delicate o che richiedono una particolare attenzione.
La funzione di Risorse Umane rappresenta uno dei primi “punti di raccolta” delle informazioni e delle eventuali problematiche, insieme a un’organizzazione in cui chi si occupa delle persone ha responsabilità chiare, e sui temi particolarmente sensibili interveniamo anche noi direttamente: non può esserci scollamento tra i valori aziendali e la vita concreta delle persone.
Può raccontare qualche esempio concreto di intervento in situazioni difficili?
I casi sono diversi e spesso riguardano situazioni personali, anche al di fuori dell’ambito strettamente lavorativo. Si affrontano problemi familiari, di salute o economici con interventi concreti, come un supporto economico con prestiti senza interessi o semplicemente un sostegno psicologico, quando necessario. Negli anni poi si sono anche presentate purtroppo situazioni più complesse, come i problemi di tossicodipendenza. In un contesto con molti giovani può accadere di intercettare anche queste fragilità.

In questi casi abbiamo sempre cercato di contribuire a un percorso di recupero, affiancando la persona, e supportando la famiglia, nel momento in cui decideva di intraprenderlo con serietà. Il posto di lavoro è sempre stato mantenuto per chi si è impegnato concretamente in questo percorso. E la soddisfazione più grande è vedere chi è riuscito a uscire da queste situazioni e tornare al suo lavoro in SIT, come è accaduto nella maggior parte dei casi. L’azienda supporta, ma richiede responsabilità.
Come mantenete l’equilibrio tra attenzione alle persone e sostenibilità aziendale?
È un equilibrio fondamentale. Da un lato c’è massima attenzione alle persone, dall’altro è necessario mantenere chiarezza su valori e obiettivi. L’azienda resta un’organizzazione con una finalità precisa, e tutti siamo chiamati a essere responsabili e corretti. Lo scopo è il bene comune: un principio molto chiaro, che orienta e aiuta.
Che effetto ha questo approccio sulle persone?
Sicuramente definisce in modo molto netto l’identità dell’azienda e rende immediato capire quando c’è affinità, quando una persona ci si riconosce. Da ciò si sviluppa un senso di appartenenza che si traduce anche in responsabilità: le persone diventano parte attiva e portatrici di un modo di vivere l’azienda.
E quando percepiscono che il loro contributo è riconosciuto e incide sul risultato comune, questo impegno si rafforza e diventa anche una grande fonte di energia. Personalmente, mi considero molto fortunata. È un privilegio poter vivere e lavorare in un contesto così, con persone che stimo e a cui mi sento profondamente legata, e condividere insieme questo percorso.
