Dialogo, competenza e sperimentazioni sono le chiavi per trasformare la prestampa in un asset aziendale che valorizza ogni singola stampa.

Avere la prestampa in-house offre un vantaggio evidente: permette di costruire un workflow su misura, allineando la gestione dei file e delle matrici allo stato reale delle macchine da stampa. Quando – come sarebbe auspicabile – il dialogo tra prestampa e stampa è continuo e concreto, diventa più semplice rendere l’output prevedibile e definire aspettative chiare e realistiche. L’altro lato della medaglia è il rischio di “verticalizzarsi” troppo sulle esigenze interne, restando legati a metodi che evolvono più lentamente del mercato.

In questo senso, una prestampa esterna può accrescere il proprio know-how grazie al confronto con più stampatori e processi diversi. Un limite che, però, può essere superato con un atteggiamento aperto: sperimentazione e confronto con il settore. Per Francesco Maria Costanzo, Flexo Prepress & Press Manager presso Poplast, sono proprio questi due elementi a fare la differenza nella crescita tecnica di un professionista.

Francesco, hai avuto modo di lavorare su entrambi i sistemi: come ti approcci alla rotocalco e alla flessografia?

Non sono un “tifoso” di una tecnologia. Non esiste una soluzione migliore in assoluto: esistono potenzialità differenti, che vanno sfruttate in base alle richieste del cliente. Spesso è il committente a indicare la direzione, anche solo attraverso le proprie aspettative sul risultato finale. La scelta tra rotocalco e flessografia, infatti, non dipende sempre da logiche economiche: molte volte nasce da valutazioni tecniche su colore, coperture d’inchiostro e utilizzo di materiali o finiture speciali, che rendono più adatto un processo rispetto all’altro.

A proposito di workflow, ci racconti quali sono gli scenari tipo?

Lo scenario ideale, per me, è lavorare con file nativi in RGB: così si mantengono margini più ampi di riproduzione e ottimizzazione. Se invece il file arriva già “chiuso” e bilanciato, spesso bisogna accettare un compromesso e gestirlo nel modo più intelligente possibile. In generale gli approcci sono due: conservativo o migliorativo. Nel primo caso, partiamo da ciò che riceviamo e puntiamo a riprodurre fedelmente il risultato, rispettando le indicazioni disponibili: ad esempio, cerchiamo di mantenere la resa di un lavoro nato in rotocalco quando lo portiamo in flexo, e viceversa.

Nel secondo caso, attiviamo un confronto con il committente e spieghiamo quali benefici si possono ottenere valorizzando le caratteristiche della macchina e del processo: per esempio, enfatizzare meglio le alte luci su una determinata grafica in rotocalco, oppure ottimizzare la copertura d’inchiostro in funzione del supporto. A volte la decisione è anche interna: conoscendo bene le nostre tecnologie, possiamo valutare se ci sono i presupposti per spostare una produzione dalla flessografia alla rotocalco (o viceversa) ottenendo un risultato complessivamente più coerente.

Quali rischi si corre in questo cambio?

Più che di rischi parlerei di scelte consapevoli. Se si conosce davvero la materia, il rischio è “calcolato” e non si esaurisce nei numeri restituiti dai software. La stampa è anche percezione: c’è una componente visiva e qualitativa che gli algoritmi, da soli, non sempre riescono a cogliere. Ed è spesso lì che si gioca la differenza tra una stampa corretta e una stampa davvero apprezzata dal cliente.

Quali aspetti tecnici bisogna tener sotto controllo?

Alcuni aspetti sono trasversali, altri dipendono dalla meccanica e dal comportamento specifico di ogni tecnologia. Il trapping, e la sua gestione nei file, è uno dei punti che cambia in modo significativo tra rotocalco e flessografia. Anche la coprenza/ copertura del colore, generalmente più elevata in rotocalco, dovrebbe spingere una prestampa evoluta a fare valutazioni mirate e, quando serve, a intervenire sui file. Poi c’è il tema degli inchiostri: nel nostro caso la scelta è concordata internamente e questo ci porta a lavorazioni specifiche, inclusa la gestione di conversioni e profili. L’obiettivo è lavorare in modo predittivo, anche grazie alle prove colore che realizziamo internamente.

A proposito di colore e prove, come accogliete quelle proposte dai clienti?

Una prova colore, anche quando certificata, resta una stampa digitale: può avere limiti legati alla stabilità nel tempo, alla sensibilità alla luce e al possibile deperimento cromatico. Per questo la valutazione va fatta con attenzione, tenendo insieme più elementi: la prova, le informazioni contenute nei file, la coerenza tra quanto fornito e quanto mostrato, e soprattutto la percezione visiva. In altre parole, la prova colore non va letta come una “stampa viva” identica al risultato produttivo: è uno strumento utile, ma richiede competenza per essere interpretato correttamente.

Prospettive digitali e di gestione: secondo te quali sono le strategie migliori per garantire stampe di qualità su qualsiasi sistema?

Qui vedo due direzioni principali. La prima è che il digitale sta entrando anche su tirature che in passato erano appannaggio quasi esclusivo dei sistemi analogici. In questo scenario, l’approccio alla conversione dei file e alla gestione della prestampa, secondo me, rimane sostanzialmente lo stesso: bisogna continuare a presidiare gli aspetti tecnici che consentono un risultato conservativo o migliorativo, a seconda dell’obiettivo.

La seconda direzione riguarda l’eptacromia, che stiamo applicando con grande soddisfazione: offre vantaggi di gestione che, in molti casi, non avremmo ottenuto ricorrendo agli spot color. Ed è un traguardo reso possibile da tre leve chiare: miglioramento tecnico continuo, sperimentazione e dialogo interno costante tra stampa e prestampa.