Margini delle PMI: tra rincari non trasferibili e inerzia energetica, il rischio sui margini mette alla prova la tenuta del tessuto produttivo.
La crisi geopolitica torna a pesare sui bilanci delle piccole e medie imprese italiane. Dall’indagine I-AER – Institute of Applied Economic Research – su un campione di 745 PMI emerge una “doppia pressione”: il 73% indica i trasporti come la voce di costo in maggiore crescita, seguiti dall’energia al 53%. La stretta si è tradotta, per 8 aziende su 10, in un aumento dei costi operativi superiore al 5% negli ultimi tre mesi, con un terzo del campione oltre il 10%.
Il fronte più critico è la logistica: per il 73% delle PMI i trasporti sono l’incremento più rilevante del trimestre, in linea con il rincaro dei carburanti e il riassetto delle rotte commerciali. La pressione si concentra sulle imprese più esposte all’estero, dove il 27% dichiara un’elevata dipendenza da forniture o mercati stranieri.
Come osserva Fabio Papa, professore di economia e fondatore di I-AER: “I rincari sui trasporti non sono congiunturali: sono il segnale di una filiera logistica che continua a riprezzare il rischio geopolitico. Per le PMI più esposte all’export significa margini compressi nel breve e necessità di ridisegnare la struttura dei costi. Chi non lo farà in modo strutturato assorbirà queste oscillazioni a discapito della redditività”.
Parallelamente, l’energia è indicata dal 53% delle imprese come costo in forte crescita, ma l’indagine rivela una forte disparità negli investimenti: se il 53% ha realizzato interventi di efficientamento e il 40% ha installato fotovoltaico, un altro 40% non ha effettuato alcun investimento significativo. Le ragioni sono soprattutto strategiche: solo il 20% indica i costi come ostacolo, il 33% una scarsa applicabilità e il 27% non la considera una priorità. In questo quadro, alcuni comparti manifatturieri ad alta intensità energetica e logistica risultano particolarmente esposti.

Margini delle PMI: azioni intraprese per mitigare gli impatti della crisi
È il caso delle PMI del printing e del converting, dove i consumi di stampa ed essiccazione si sommano a una forte dipendenza da materie prime importate – carta, supporti, inchiostri e prodotti chimici – e da flussi di trasporto per l’export di packaging e prodotti finiti. Operando spesso come fornitori di grandi marchi e della GDO, queste imprese hanno inoltre una limitata capacità di trasferire i rincari a valle: la combinazione di margini sottili, processi energivori ed esposizione internazionale le rende un banco di prova della “doppia pressione” fotografata dall’indagine.
Sul punto, Papa sottolinea: “La transizione energetica non è solo un tema ambientale, è gestione dei costi. Quando il 40% delle PMI non investe perché non lo ritiene prioritario o applicabile, una parte rilevante del tessuto produttivo sta sottostimando un’esposizione che oggi vale fino al 10% della struttura dei costi. Nei prossimi cicli di volatilità, la differenza tra chi ha investito e chi no sarà una differenza di margine”.
A propostito dei margini delle PMI, il punto più allarmante riguarda la capacità di reazione: il 47% non è riuscito a trasferire alcuna parte dei rincari sul prezzo finale e solo il 20% ne ha scaricato oltre la metà. In un mercato dove il 73% segnala domanda in calo o stabile, il margine operativo ne risente e quasi una PMI su due prevede un peggioramento dell’EBITDA entro fine 2026. La reazione passa comunque dal riposizionamento: il 60% investe in efficienza operativa, il 62% cerca nuovi mercati e il 47%ha avviato rinegoziazioni con i fornitori.
“Le PMI italiane – conclude Papa – stanno assorbendo una pressione strutturale che il mercato non consente più di scaricare a valle. Chi continuerà a difendersi solo sui listini vedrà i margini erodersi; chi userà questa fase per intervenire su costi, diversificazione dei mercati ed efficienza energetica costruirà un vantaggio duraturo. Non è il momento di scelte tattiche, è il momento di decisioni strategiche.”