Plastik: quel mix potente di sacrificio e intelligenza

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Dai film tecnici “del tempo di pace” alle tute e mascherine chirurgiche per far fronte all’emergenza sanitaria. Piccola storia eroica di un converter che ha riorganizzato la produzione per servire un territorio martoriato dal virus, e ha fatto rete con altre realtà locali in vista di un progetto importante. Con un nome molto bergamasco e un solo scopo: dare una mano.

Per tanti aspetti è solo uno dei molti converter italiani con l’onere e l’onore di svolgere attività “di primaria importanza”, ma ha affrontato l’emergenza coronavirus in uno dei territori più colpiti della nazione – la provincia di Bergamo – e con impegno e risultati fuori norma.

Se parliamo, dunque, di Plastik SpA è per la drammaticità del contesto – la casamadre è di Albano Sant’Alessandro (BG) – ma anche per la quantità e qualità delle iniziative che lo hanno reso a un tempo responsive e proattivo, in cammino su nuove strade che non si chiuderanno alla fine dell’emergenza. Indicate da un segnavia con scritta “Molamia” (“Non mollare”).

Dalla normalità alla trincea

Plastik è un gruppo solido e in evoluzione, con stabilimenti in Italia e Tunisia, che produce packaging per pannolini e una grande varietà di film tecnici e laminati per molti settori di sbocco diversi, fra cui il quello medicale e dell’igiene.

Durante lo scorso anno, nel corso di eventi di settore, abbiamo più volte incontrato gli imprenditori – la famiglia Cattaneo del fondatore Gianangelo e delle figlie  manager (fra cui Laura, ingegnere e amministratore delegato) – alla guida di un’azienda importante e dinamica, impegnata dal passaggio a industria 4.0, con bei progetti di investimenti in impiantistica e formazione del personale. E oggi li ritroviamo in uno scenario da guerra, con la quotidianità e le prospettive completamente mutate.

Nello tempo intercorso fra le prime avvisaglie del problema Covid-19 e il manifestarsi dell’emergenza in tutta la sua drammaticità  – poche settimane o meno ancora – Plastik ha chiuso alcune linee e ha liberato risorse da impegnare sui prodotti di cui oggi c’è bisogno di più: mascherine, camici, assorbenti e quanto serve alla cura e all’assistenza dei malati. Ma non solo: nell’ambito del progetto “Facciamo l’impresa” di Confindustria Bergamo, ha studiato e realizzato insieme alla Radici di Gandino e alla Santini di Lallio – in tempi record – uno dei pochissimi prototipi italiani di mascherina chirurgica (7 su 200) che ha superato i test di traspirabilità e impermeabilità del Politecnico di Milano. E ora produce il materiale che serve ad alimentare una produzione che punta a 100mila pezzi al giorno.

La riorganizzazione

Tutto questo ha coinvolto l’intera azienda: dal management che ha saputo pensare e gestire il cambiamento in così poco tempo, ai dipendenti che hanno assicurato la loro presenza assumendosi i rischi del caso. Senza esitazioni, per spirito di sacrificio e responsabilità, e per quella pietas tutta bergamasca che solo chi ha la fortuna di frequentare queste zone conosce.

Il costo in fatica, sacrifici e preoccupazioni non viene dichiarato. Lo percepiamo quando il Presidente Gianangelo Cattaneo accetta di raccontarci come sta reagendo l’azienda alla crisi – non importa se ormai sono le nove di sera – con la sua tranquillità gentile appena accelerata dall’affanno: c’è poco tempo per parlare. «Noi siamo in produzione – l’azienda non si è mai fermata – seppure a ranghi ridotti per via della malattia, ma abbiamo deciso di interrompere le attività non essenziali per concentrare tutte le energie su quelle che servono davvero». Plastik oggi fornisce articoli igienico-sanitari, in particolare componenti e packaging dei pannoloni per adulti, sempre più richiesti nelle terapie intensive e negli ospedali, oltre ai pannolini per bambini; film barriera per packaging alimentare; materiale per i camici protettivi col cappuccio necessari agli operatori del settore ospedaliero.

«Inoltre siamo entrati in due filiere di produzione locali. Una, quella delle mascherine chirurgiche Molamia, per le quali produciamo il materiale filtrante. Abbiamo ottenuto l’omologazione del Politecnico di Milano secondo l’art. 15 comma 2 del Decreto “Cura Italia” e siam quindi in grado di realizzare un prodotto che può essere utilizzato tanto dai cittadini e dai lavoratori quanto dalle Forze dell’Ordine e dai volontari della Protezione civile. L’altra filiera, anch’essa tutta bergamasca, ha per obiettivo la realizzazione dei camici per i medici, con un target iniziale di 3000 indumenti al giorno che diventeranno 5000 una volta a regime». Dunque, conclude l’imprenditore, «abbiamo un sacco di cose da fare e cerchiamo di farle al meglio. È un periodo molto doloroso ma anche intenso da vivere».

Fare sistema

Noi italiani, si sa, siamo abituati a fare da soli. Il non voler chiedere aiuto, lo spirito di indipendenza, l’orgoglio per le proprie capacità alimentano il famoso individualismo che è a un tempo la nostra forza e la nostra debolezza. Ma oggi questa improvvisa crisi collettiva, così strana, inquietante e dolorosa, ci sta insegnando tante cose e apre anche delle crepe nel sistema di valori e di pratiche “di prima”, restituendo importanza al collettivo. Lo sentiamo nei discorsi fra amici, echeggia nei sospiri dei reclusi in “quarantena”, circola nei social veicolata dagli hashtag del #insiemecelafaremo.

Lo dichiarano, ciascuno a modo proprio, anche i protagonisti del progetto Molamia in una recente intervista all’Eco di Bergamo. “Abbiamo messo a disposizione le nostre competenze per il bene comune” dice Laura Cattaneo; AD di Plastik “ci siamo messi in gioco finché abbiamo trovato la soluzione giusta”, Monica Santini AD del maglificio di famiglia; “stiamo dimostrando quanto valore può generare una filiera capace di fare squadra”, Angelo Radici, presidente dell’omonimo gruppo. Ma nessuno dei tre – perché qui vige ancora la regola che non ci si fa belli della propria generosità – chiarisce che non lo sta facendo per business: le nuove produzioni sono avviate solo per risolvere una drammatica carenza. E allora lo diciamo noi. Convinti che, alla fine, questi imprenditori forse “perderanno” dei mancati utili ma “porteranno a casa” un patrimonio inestimabile di esperienza, solidarietà e riconoscenza, che cambierà anche il modo di fare business e di concepire l’azienda “dopo”.

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