I primi provvedimenti del Regolamento Europeo sul Packaging e il Packaging Waste sono entrati in vigore a metà agosto, mettendo in fibrillazione le aziende che non si sono preparate per tempo o si sono perse nei meandri di un testo “non sempre chiaro”. Per fare mente locale sulle criticità principali, abbiamo chiesto una mano agli esperti di Mérieux NutriSciences che, sulla scorta del confronto quotidiano con le aziende, hanno ragionato su tre grandi macro argomenti da affrontare: la gestione dei materiali riciclati e delle sostanze critiche a rischio di contatto con gli alimenti; le interferenze con la shelf life; le dichiarazioni a rischio greenwashing

RICICLATO E SICUREZZA

Gli autori

ANDREA VITTADELLO

Sustainability Project Manager Mérieux NutriSciences

STEFANO SCOMPARIN

Packaging Regulatory Expert Mérieux NutriSciences

Il PPWR collega sicurezza ed economia circolare, introducendo soglie rigide per le sostanze critiche nei materiali a contatto con alimenti, in particolare PFAS e metalli pesanti. Dal 12 agosto 2026 il rispetto di tali limiti è un prerequisito per la nuova Dichiarazione di Conformità (DoC) che accompagnerà ogni imballaggio: per le aziende diventa quindi indispensabile conoscere il proprio packaging.

L’UE, attraverso la “Call for Evidence” dell’Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche (ECHA), sta raccogliendo dati per identificare e monitorare nuove sostanze di interesse, con un rapporto definitivo previsto entro fine 2026. L’attenzione riguarda 731 ulteriori sostanze. Diventa quindi strategico gestire sia le sostanze intenzionalmente presenti sia i contaminanti inattesi, il cui rischio cresce con l’impiego di plastiche riciclate.

Come si valutano oggi conformità e sicurezza di un materiale riciclato destinato al contatto alimentare e quali norme devono rispettare le aziende?

Per le plastiche riciclate a contatto con alimenti, il riferimento specifico è il Regolamento (UE) 2022/1616, che stabilisce criteri rigorosi per le tecnologie di riciclo e richiede processi di decontaminazione valutati dall’EFSA e autorizzati dalla Commissione. Si applicano inoltre il Regolamento (CE) 1935/2004, il Regolamento (CE) 2023/2006 sulle GMP e il Regolamento (UE) 10/2011 sulle materie plastiche. Per gli altri materiali non esistono ancora disposizioni UE specifiche: si fa riferimento alle norme quadro o alle legislazioni nazionali.

L’impiego di polimeri riciclati aumenta il rischio di Sostanze Non Intenzionalmente Aggiunte (NIAS): come gestirlo?

Serve una strategia multilivello visto che i materiali post-consumo possono contenere contaminanti, impurezze e prodotti di degradazione non prevedibili. Il primo passo è qualificare i fornitori; per le plastiche, la Commissione mette a disposizione un portale con diversi registri, tra cui il RFN degli impianti autorizzati per tecnologie riconosciute.

Il secondo consiste in una strategia analitica basata su due approcci complementari: analisi target, per ricercare criticità note, come bisfenoli e prodotti di degradazione prevedibili; analisi non-target, mediante HRMS associata a cromatografia liquida o gassosa (LC/GC), per individuare sostanze non prevedibili. Gli spettri ottenuti vengono confrontati con librerie chimiche; le sostanze identificate e semi-quantificate sono quindi sottoposte a valutazione del rischio tossicologico, anche tramite l’approccio TTC (Threshold of Toxicological Concern), per verificare che la migrazione resti entro livelli sicuri.

Come garantire una sicurezza costante nonostante la variabilità lotto-per-lotto della materia riciclata?

La disomogeneità dei flussi post-consumo, legata a raccolta, decontaminazione, stagionalità e selezione, rende insufficiente un’analisi una tantum: servono monitoraggio sistematico, lotto per lotto, e data analysis. La pianificazione delle analisi e la gestione nel tempo dei risultati consentono di creare database statistici e modelli multivariati per definire il profilo chimico standard (fingerprinting) di un polimero o fornitore. La data analysis trasforma così i dati cromatografici in sistemi di early warning: deviazioni dai trend storici possono segnalare contaminazioni anomale o inefficienze nella purificazione termica o chimica, permettendo di intervenire tempestivamente o scartare il lotto prima che venga utilizzato per il packaging finale.

L’INCOGNITA SHELF LIFE

L’autore

GIUSEPPE MINICHIELLO

Food Science Center Expert, Mérieux NutriSciences

Con l’approvazione del PPWR le aziende alimentari si trovano a dover adottare packaging riciclabili o monomateriali, compostabili, privi di overpackaging o riutilizzabili.

Ma ogni modifica alla struttura della confezione ne altera la funzione barriera a luce, ossigeno o umidità, rendendo necessario riprogettare ed eseguire nuovi studi di shelf life che valutino l’intero “sistema alimento-imballo-ambiente” per garantire il mantenimento nel tempo delle caratteristiche fisico- chimiche e organolettiche del prodotto (e di conseguenza la sua sicurezza).

Con l’entrata in vigore del PPWR molte aziende si stanno orientando su confezioni monomateriali di plastica o carta. Qual è l’impatto reale sulla conservazione e come ci si deve regolare?

Nei casi di transizione dai tradizionali poliaccoppiati verso la carta o le monostrutture, l’impatto principale riguarda la perdita della barriera all’umidità e all’ossigeno. Per fare un esempio tipico, nei prodotti da forno ricchi di grassi, come biscotti e cracker, le criticità sono l’ammollimento per assorbimento d’acqua e l’irrancidimento delle componenti grasse.

In sede di progettazione, nello studio di shelf life è dunque fondamentale caratterizzare accuratamente il rapporto superficie/volume dell’imballaggio e le sue proprietà barriera ai gas e al vapore. La determinazione della permeabilità all’ossigeno (OTR) e al vapor d’acqua (WVTR) deve essere integrata con i test chimico-fisici di routine – ad esempi, la misurazione dell’attività dell’acqua (aw) e il monitoraggio dell’ossidazione lipidica.

Questo consente sia una stima predittiva nella fase preliminare dello studio sia un’accurata verifica sperimentale durante le prove di shelf life, per determinare la necessità di ricalibrare la vita commerciale garantita dal confezionamento originario.

Il PPWR impone l’obbligo di compostabilità industriale per specifiche categorie di imballaggi, tra cui le capsule monodose per il caffè. In un contesto operativo, questo cambio materiale che rischi comporta sulla qualità del prodotto finito?

Rispetto ai polimeri tradizionali o all’alluminio, le bioplastiche compostabili presentano tassi di permeabilità al vapore e all’ossigeno differenti, e il caffè macinato è estremamente reattivo all’ossigeno: un’alterazione della funzione barriera rischia di accelerare la perdita dei composti aromatici volatili e di innescare fenomeni di irrancidimento.

Per essere efficace lo studio della shelf life richiede quindi un approccio integrato e multidisciplinare. È necessario valutare l’evoluzione del profilo aromatico nel tempo mediante tecniche gas-cromatografiche affiancate da analisi sensoriali, per monitorare le dinamiche dei composti volatili e gli indicatori legati all’ossidazione lipidica (irrancidimento).

Contestualmente, occorre verificare l’integrità funzionale delle capsule in materiale compostabile: sia sotto il profilo meccanicoprestazionale – vista la suscettibilità del biopolimero al degrado delle proprietà fisiche – sia attraverso specifiche prove di migrazione per accertare il potenziale trasferimento di sostanze dall’imballaggio all’alimento.

Tra i vincoli del PPWR spicca la riduzione degli spazi vuoti e dell’imballaggio in eccesso. Che cosa comporta la riduzione dello spessore dei film e dello spazio di testa all’interno del “sistema alimento-confezione”?

Snellire la confezione e comprimere il volume dell’aria altera le dinamiche interne all’imballo. Se da un lato ridurre l’aria residua può rallentare l’ossidazione in alcuni prodotti, assottigliare il film ne indebolisce sia le proprietà barriera sia la resistenza meccanica a perforazioni accidentali durante il trasporto e la movimentazione.

Inoltre, nei prodotti confezionati in Atmosfera Modificata (MAP), una riduzione eccessiva dello spazio di testa comporta una quantità inferiore di miscela gassosa protettiva a disposizione per inibire la proliferazione microbica e l’ossidazione.

Negli studi di shelf life legati alla riduzione di overpackaging è quindi indispensabile sottoporre il packaging “snellito” a simulazioni di stress meccanico e prove di abuso termico, per accertarsi che il livello di protezione sia mantenuto lungo l’intera catena logistica.

IL RISCHIO GREENWASHING

L’autore

MICHELE MILAN

Responsabile Reparto Sostenibilità Mérieux NutriSciences

La conformità al PPWR (v. articolo 14) coinvolge direttamente i claim che vantano caratteristiche di sostenibilità di un prodotto o un imballaggio. È collegata alla nuova Direttiva ECGT che mira a sradicare le pratiche di greenwashing a tutela dei consumatori, come esplicitato dal Recital 73 del PPWR.

Con le scadenze del PPWR e l’applicazione della Direttiva ECGT, come devono comportarsi le aziende che utilizzano claim come “Eco-friendly”, “Verde” o “Amico dell’ambiente”?

L’era dei messaggi ambientali vaghi è finita. Il PPWR, in collegamento con la Direttiva ECGT (UE 2024/825), consente di comunicare le prestazioni ambientali dell’imballaggio solo quando superano i requisiti minimi di legge.

I claim devono quindi essere specifici, trasparenti e verificabili, indicando se riguardano l’intero imballaggio, una sua componente o tutti gli imballaggi immessi sul mercato, e a quale fase del ciclo di vita si riferiscono. Termini generici come “ecologico” o “amico dell’ambiente” richiedono l’avvallo di un’eccellenza ambientale formalmente riconosciuta, come l’Ecolabel UE.

Sono ancora ammesse affermazioni come “Carbon Neutral” o “A impatto climatico zero” basate su crediti di carbonio e riforestazione?

Se si basano esclusivamente sulla compensazione delle emissioni non sono ammesse. La Direttiva ECGT vieta di dichiarare un prodotto o imballaggio climaticamente neutro, ridotto o positivo facendo affidamento su compensazioni effettuate al di fuori della catena del valore. La riduzione dell’impronta di carbonio deve derivare da concrete azioni di mitigazione lungo il processo produttivo.

Che futuro avranno le etichette ambientali create direttamente dalle aziende?

Nessuno. Le dichiarazioni ambientali dovranno essere suffragate da metodi scientifici rigorosi e trasparenti, certificazioni di terze parti indipendenti o schemi istituiti da autorità pubbliche, per contrastare il greenwashing e garantire una concorrenza leale.

Cosa può fare concretamente un’azienda?

Gli interventi fondamentali sono 3: verificare i claim esistenti e valutarne la conformità, pianificando le eventuali azioni correttive; definire un metodo scientifico per supportare le dichiarazioni, valutando anche l’approccio LCA (Life Cycle Assessment); qualificare i fornitori considerando anche i rischi di greenwashing.