Le analisi I-AER, Institute of Applied Economic Research, distinguono i rincari che passano dai costi che restano, e indicano tre azioni concrete per proteggere il margine delle PMI del packaging
Per chi compra materiali da imballaggio l’ultimo anno ha mescolato due problemi. Il primo ha fatto più rumore: il film BOPP è rincarato del 97% in un trimestre, trascinato da petrolio e rotte bloccate. Colpisce il prezzo d’acquisto, ma tende a rientrare. Il secondo è più silenzioso: un’impresa italiana paga l’elettricità fino al 92,5% in più di una francese, mentre i suoi clienti comprano all’estero mezzo milione di tonnellate di imballaggi in più in un anno: qui il problema è la competitività. Sullo sfondo, dal 12 agosto le nuove regole europee cambiano i requisiti degli imballaggi.
Un forte rincaro in rientro
Nel secondo trimestre 2026 i rincari hanno colpito soprattutto i materiali derivati dal petrolio: dal 21% del film BOPA al +97% del BOPP, contro il +12% dell’alluminio e il +5% della carta rivestita. Non conta solo quanto, ma quanto in fretta: i materiali rincarano in poche settimane, i prezzi di vendita più tardi e di rado per intero. Con materiali al 40% dei ricavi, ogni 10% di rincaro non trasferito toglie quattro punti di margine (elaborazione I-AER su bilanci del settore). È però un rischio che passa: il 22 settembre il Brent quotava intorno ai 98 dollari. Si gestisce con contratti e tempi di acquisto, non con scelte strutturali prese nel picco.

Energia elettrica: quanto paga in più un’impresa italiana (2025)
Il costo dell’energia resta
Nel 2025 l’elettricità è costata a un’impresa italiana il 35,7% in più che in Germania e il 92,5% in più che in Francia: dove un tedesco spende 100 euro di energia, un italiano ne spende circa 136 e un francese circa 70. Pesa su ogni tonnellata prodotta e si vede già nel mercato. Tra 2024 e 2025 le importazioni di imballaggi vuoti sono cresciute del 20% e le esportazioni del 2,6%: per ogni tonnellata esportata in più, più di otto importate. Il disavanzo è passato da 171mila a 690mila tonnellate, quattro volte tanto. Per gli imballaggi, sempre più clienti italiani si rivolgono a fornitori esteri, con tre conseguenze per chi produce in Italia. Il cliente sposta fuori le forniture lunghe e standard e lascia in Italia i lotti urgenti: il fatturato cala poco alla volta. L’offerta estera diventa il tetto di prezzo, e i maggiori costi energetici finiscono nel margine, non nel listino. Restano le produzioni meno redditizie, con più cambi formato e scarti. Che non sia passeggero lo dicono due elementi: il disavanzo si allarga nel 2025, prima dei rincari del 2026, e petrolio e polimeri hanno prezzi internazionali, che calano anche per il concorrente, mentre l’elettricità ha prezzi nazionali.
Le regole cambiano
L’effetto delle nuove regole non è ancora misurabile, ma le imprese devono sapere quali requisiti riguardano i loro prodotti e chi ne garantisce la conformità. Il precedente della plastica monouso lo spiega: secondo dati Pro Food, le importazioni europee di prodotti sostitutivi da Cina, Turchia e India sono passate da 290 a 730 milioni tra 2018 e 2025. “Un rincaro legato a una crisi internazionale prima o poi rientra. Energia e regole no. Confonderli porta a prendere misure d’emergenza per problemi permanenti,” osserva Fabio Papa, fondatore di I-AER. “Ai primi si risponde con contratti e liquidità, ai secondi con una strategia.”

Imballaggi vuoti: le importazioni corrono (+20%), le esportazioni no (2,6%)
Tre azioni prima del 2027
Ricalcolare il margine degli ordini già acquisiti e coprire ora, a prezzi rientrati, le commesse ancora scoperte. Decidere su quali prodotti competere, confrontando i volumi dei primi dieci clienti con la loro produzione e il costo pieno con l’offerta estera: dove il divario non si colma con l’efficienza, conviene spostare capacità su lotti e servizi che l’estero non offre. Far pagare il servizio: maggiorazioni per urgenze, lotti minimi, contributi per gli avviamenti.
L’autore FABIO PAPA; Docente di economia e Direttore scientifico di I-AER
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