L’andamento del mercato italiano e le leve strategiche di sviluppo secondo Fausto Ferretti Presidente GIFCO (Gruppo Italiano Fabbricanti Cartone Ondulato di Assografici) e AD dello scatolificio integrato Fepa Group SpA.
Nell’analisi presentata da GIFCO nell’ultimo seminario FEFCO a Roma, nel periodo gennaio-ottobre 2025 emerge un quadro positivo per l’industria italiana del cartone ondulato: analizzando circa 55 stabilimenti di produttori puri e integrati e 266 trasformatori puri che realizzano circa il 63 % della produzione nazionale di cartone ondulato, è stato rilevato un incremento della produzione totale rispetto all’analogo periodo del 2024, con variazioni del +2,00 % in metri quadrati e del +1,15 % in tonnellate, traducendosi in una crescita media complessiva dell’1,61 % sui livelli dell’anno precedente.
È questo il settore che Fausto Ferretti Presidente in carica di Gifco, ha rappresentato sul palco del Seminario Tecnico Fefco 2025 a Roma, salutando i convenuti insieme alla Presidente Fefco Nina Iversen e alla Direttrice Generale Eleni Despotou – dirigenza tutta femminile della federazione europea di settore. E a Ferretti abbiamo dunque rivolto alcune domande sui trend che condizioneranno l’andamento del settore nel futuro prossimo. Partendo dai due dati che accomunano le considerazioni di tutti i commentatori: la flessione della domanda di beni di largo consumo che, come noto, si ripercuote in negativo sul consumo di imballaggi da trasporto, e il costo dell’energia che continua a penalizzare gli imprenditori italiani nell’agone internazionale.
Ecco, in sintesi, cosa ci ha risposto.
Il cartone ondulato, come noto, è un chiaro indicatore dell’andamento economico generale: che fase stiamo attraversando?
Il cartone ondulato segue i consumi in modo quasi automatico e oggi, lo sappiamo, non stiamo vivendo una fase brillante. Il mercato interno europeo è debole e quello italiano risente sia del rallentamento dei consumi interni sia del calo dell’export, che penalizza direttamente i nostri clienti e indirettamente anche noi. Se, infatti, negli ultimi dieci anni il Made in Italy ha trainato il manifatturiero nazionale e tutto l’indotto, soprattutto nel food e beverage, permettendo anche all’imballaggio di crescere robustamente, oggi però il quadro è cambiato in modo radicale. Tensioni geopolitiche, dazi e instabilità stanno frenandolo sviluppo di tutta l’economia e questo si riflette con immediatezza anche sulla domanda di imballaggi.
Il rallentamento colpisce in modo uniforme tutta l’Europa?
No. L’Europa del Sud – Italia e Spagna – non sta performando bene ma la situazione non è drammatica. Peggio va in alcuni Paesi del Centro Europa, come la Germania che sta attraversando una crisi strutturale innescata da quella di settori chiavi come l’automotive.
La Spagna però sembra reagire meglio dell’Italia: perché?
Per un motivo molto semplice: meno burocrazia. In Italia le imprese sono frenate da procedure lente e complesse, così mentre gli spagnoli corrono noi procediamo al passo e questo fa una differenza enorme in termini di competitività. Per non parlare dei costi energetici che paga la nostra industria e sono fuori da ogni logica industriale: non è possibile essere competitivi con questi livelli di prezzo.
I motivi sono molti. Mi limito, fra i tanti esempi possibili, a ricordare che in altri Paesi europei gli scarti industriali vengono valorizzati e producono energia mentre in Italia le cartiere sono costrette a smaltirli in discarica. Si tratta di scelta politiche mancate, che oggi paghiamo a caro prezzo.
Nonostante tutto questo, molte aziende del settore hanno fatto investimenti, anche di recente e anche importanti. Come si spiega?
Nel packaging i grandi investimenti sono stati fatti nel post-Covid. E-commerce, consumi esplosi, liquidità accumulata… tutto lasciava pensare a una “nuova normalità” su cui molti hanno scommesso e investito con decisione. Forse troppo: oggi quegli investimenti stanno entrando in funzione mentre il mercato è tornato quantomeno ai livelli storici, se non sotto.
Questo sta frenando nuovi progetti?
In generale sì; basta parlare con i costruttori di macchinari: i loro portafogli ordini si sono svuotati. E con un orizzonte così incerto è difficile pianificare nuovi acquisti che “maturano” in 10 o 12 mesi.
Esistono leve strategiche su cui puntare?
Assolutamente sì, e sono obbligate. La prima riguarda il fattore umano, con la relativa necessità di rivedere in azienda processi e competenze, relazioni culturali e inter generazionali e molto altro. Partendo dai problemi che accomunano tutta la manifattura: dopo il Covid le abitudini di vita sono cambiate in modo strutturale e la disponibilità di manodopera qualificata è sempre più limitata.
E qui entra in gioco l’intelligenza artificiale…
Esattamente. L’IA non è più una prospettiva, è una realtà già ampiamente utilizzata nella rendicontazione ambientale, nella riduzione degli sprechi, nell’analisi dei dati di processo. E alcune grandi aziende internazionali la stanno applicando direttamente alla produzione, non solo alla gestione, avviando quella che si prospetta come una vera rivoluzione.
Quindi anche nell’industria del cartone ondulato i prossimi investimenti andranno in questa direzione?
Sì. Investiremo dove l’intelligenza umana, da sola, non è più sufficiente. L’IA garantisce tempi di reazione, capacità di analisi e continuità incomparabilmente superiori e in un mondo occidentale che fatica a sostenere i modelli del passato, non si tratta di una scelta opzionale ma di una necessità competitiva.
È una sfida impegnativa…
Molto. E richiede tempi di reazione veloci: non è il momento della tranquillità.